E spiega perché, proprio nei momenti di massima incertezza, si misura la maturità di un asset.
Il secondo trimestre del 2026 si apre su uno scenario che i manuali di macroeconomia descriverebbero come una tempesta perfetta. Il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran — con la chiusura dello Stretto di Hormuz e il blocco di fatto delle esportazioni energetiche del Golfo Persico — ha spinto il Brent da 60 a oltre 115 dollari al barile in poche settimane. Il gas naturale al TTF di Amsterdam ha registrato oscillazioni violente. Le Borse europee oscillano tra rialzi del 3% nelle giornate in cui filtra ottimismo diplomatico e correzioni brusche ogni volta che Trump alza i toni dal podio della Casa Bianca. L’inflazione nell’Eurozona rischia un nuovo rimbalzo. I Treasury americani salgono. L’oro ha superato i 4.700 dollari l’oncia.
In questo contesto, Bitcoin viaggia intorno ai 67.000 dollari — in calo del 47% dal massimo storico di ottobre 2025, ma con un dato che ha sorpreso molti analisti: dal 28 febbraio, giorno dell’inizio delle ostilità, la criptovaluta più capitalizzata al mondo non solo ha tenuto i livelli chiave, ma ha chiuso marzo in positivo, interrompendo una striscia di cinque mesi consecutivi in rosso.
Per capire cosa sta succedendo sotto la superficie di un mercato crypto che il mainstream liquida ancora come “speculativo”, abbiamo incontrato Alessio Ippolito — imprenditore digitale, giornalista finanziario iscritto all’Ordine dei Giornalisti del Lazio dal 2022, fondatore e direttore di Criptovaluta.it®, la testata giornalistica verticale su Bitcoin e criptovalute più letta in Italia, con oltre 2 milioni di utenti unici mensili, una community Telegram da 43.000 iscritti e quasi 3 milioni di interazioni al mese. Ippolito — che è anche autore bestseller su Amazon, Popular Investor Champion su eToro e autore per Investing.com — segue i mercati dal 2008, quando ha lanciato il suo primo blog finanziario durante gli studi in Economia e Finanza alla Sapienza di Roma.
Ippolito, partiamo dal quadro macro. Petrolio a 100 dollari, Hormuz chiuso, Borse in altalena. Dove siamo?
Siamo in una fase in cui chi investe senza guardare cosa succede sui mercati delle commodities energetiche sta navigando a vista. Punto. Perché il prezzo del petrolio non è un numero su uno schermo: è il termometro di una crisi che sta ridisegnando i flussi commerciali globali. Quando ti chiudono lo Stretto di Hormuz — e parliamo di un quinto del petrolio mondiale e un terzo del GNL — le ripercussioni non restano confinate ai mercati energetici. Si propagano sull’inflazione, sui tassi, sulle aspettative delle banche centrali, sul potere d’acquisto delle famiglie. A cascata, su tutto.
Il punto è che il mercato sembra scommettere su una risoluzione rapida. Ieri le Borse europee hanno chiuso con rialzi del 3%, Milano ha fatto +3,2%. Ma questa è la stessa dinamica che abbiamo visto in ogni conflitto degli ultimi vent’anni: i mercati oscillano tra euforia da tregua e panico da escalation. E finché Trump continua ad alternare aperture diplomatiche e minacce di “riportare l’Iran all’età della pietra”, come ha detto nel discorso alla nazione di stanotte, navigheremo a vista. E chi fa finta di niente, fidandosi solo del sentiment di giornata, rischia di restare scottato.
In questo caos, Bitcoin ha tenuto. La sorprende?
No, non mi sorprende. Ma lascia che ti spieghi perché, senza retorica. Il Bitcoin di oggi non è il Bitcoin del 2018 o del 2022. Quando è esploso il conflitto, il 28 febbraio, tutti si aspettavano un crollo. I social erano in panico — “vendete tutto”, “risk-off totale”, le solite voci. E invece cosa è successo? Mentre le borse correggevano, mentre l’oro perdeva il 15% della sua capitalizzazione in una settimana — e attenzione, parliamo dell’oro, il bene rifugio per eccellenza — Bitcoin ha guadagnato oltre il 10% nello stesso periodo. Ha tenuto il supporto in area 60.000-67.000 dollari, ha chiuso marzo in positivo dello 0,19% e, al fotofinish, si è dimostrato più resiliente del FTSE MIB, per intenderci.
Questa è la vera notizia, per chi vuole leggerla. Non è il prezzo: è il comportamento strutturale dell’asset in uno scenario di stress estremo. E questo comportamento non nasce dal nulla: nasce dall’infrastruttura istituzionale che si è costruita intorno a Bitcoin negli ultimi due anni.
Si riferisce agli ETF?
Agli ETF, alle corporate treasury, alle riserve strategiche nazionali. Guarda, a marzo gli ETF spot su Bitcoin hanno registrato afflussi netti per 1,13 miliardi di dollari, dopo quattro mesi di deflussi. Morgan Stanley ha depositato la richiesta per un proprio ETF su Bitcoin — e stiamo parlando di una banca che gestisce 5.500 miliardi di dollari di asset e ha 15.000 consulenti finanziari. Bank of America ha autorizzato i suoi consulenti a raccomandare ETF Bitcoin ai clienti. American Bitcoin Corp., la società legata alla famiglia Trump quotata al Nasdaq, ha superato i 7.000 BTC in riserva, triplicando in meno di sette mesi.
Poi c’è un dato che in pochi guardano ma che è fondamentale: il 68% degli investitori istituzionali, secondo un sondaggio Coinbase-EY Parthenon, ha investito o pianifica di investire in ETP su Bitcoin. Non stiamo più parlando di un asset di nicchia per appassionati di tecnologia. Stiamo parlando di una linea di portafoglio. E questa è la trasformazione strutturale che fa la differenza tra il Bitcoin del 2018 e quello del 2026.
Però il prezzo è a 67.000 dollari. Lontano anni luce dal massimo storico di 126.000. Qualcuno potrebbe dire: “è un bear market”.
E avrebbe ragione, almeno in termini di prezzo. Il Q1 2026 si è chiuso con un calo del 23% per Bitcoin. Cinque mesi di rosso consecutivo prima di marzo. Il drawdown dall’ATH è del 47%. Sarebbe disonesto intellettualmente negarlo, e chi mi conosce sa che su Criptovaluta.it non scendiamo mai a compromessi giornalistici — né per compiacere i lettori bullish, né per cavalcare il catastrofismo.
Detto questo, io che sono in questo mercato dal 2017 con Criptovaluta.it — e che le crypto le seguo quotidianamente da imprenditore, da giornalista e da investitore — ti dico una cosa: bisogna guardare oltre il prezzo. Anzi, te lo dico con un paragone calcistico che ci sta bene: Bitcoin ed Ethereum hanno chiuso il Q1 meglio dell’Italia contro la Bosnia — battuta a parte, Bitcoin ha tenuto il suo supporto strutturale, che è la cosa che conta.
Il mercato ci ha riportato con i piedi per terra più volte nel 2025, un anno che dal punto di vista speculativo non è stato certo generoso. Le aspettative erano alte, forse troppo. Ma sarebbe un errore fermarsi solo ai prezzi. Sotto la superficie c’è un ecosistema che continua a costruire: l’adozione istituzionale, la tokenizzazione degli asset reali, la chiarezza normativa con il MiCA in Europa. Questa è la parte che non finisce sui titoli dei giornali ma che determinerà il valore a lungo termine.
Lei è anche Popular Investor Champion su eToro, con uno status raggiunto in soli due mesi. Come si comporta operativamente in una fase come questa?
Guarda, te lo dico come lo dico ai miei lettori su Substack ogni lunedì: mentre i mercati bruciavano e i social urlavano “vendete tutto”, io ho eseguito 23 operazioni tra il 16 e il 31 gennaio. Mentre tutti piangevano, io abbassavo il mio prezzo medio di carico. Questa non è incoscienza: è strategia. È avere un piano, rispettarlo, e non farsi condizionare dal rumore di fondo.
Ho un portafoglio con un risk score di 4 su 10 e un +31% da inizio anno. Non ci arrivi speculando sulle meme coin. Ci arrivi con diversificazione, gestione del rischio e una disciplina che si costruisce negli anni. Io faccio l’imprenditore a tempo pieno dal 2008, faccio il trader da ancora prima: il mercato ti insegna che i momenti di panico sono quelli in cui si costruiscono le posizioni migliori. A patto di avere la solidità emotiva per reggere le oscillazioni.
Criptovaluta.it è riconosciuta come la principale testata crypto italiana anche da media internazionali come TheBlock e Decrypt. Come si costruisce questa credibilità in un settore dove la disinformazione è la norma?
Con il lavoro. Non c’è altra risposta. Quando ho comprato il dominio Criptovaluta.it nel 2017, era un blog amatoriale. Ci ho messo tutto: tempo, soldi, energie. Nel 2020 ho deciso di focalizzare tutti i miei sforzi economici e imprenditoriali su quel progetto. Nel 2021 è arrivato il boom — da 72.000 sessioni nel primo quadrimestre del 2020 a 2 milioni nello stesso periodo del 2021. Una crescita del 2.400%.
Ma la crescita vera, quella che conta, non è nei numeri di traffico: è nella credibilità. Criptovaluta.it è marchio registrato dal 2022, è testata giornalistica iscritta al Tribunale di Milano, è iscritta al ROC. Pubblichiamo oltre 100 articoli a settimana tra news, analisi, esclusive e interviste. Siamo andati quattro volte a “Chi l’ha Visto?” su Rai Tre come esperti sulle truffe finanziarie online — perché per noi la tutela del risparmiatore viene prima di tutto.
E quando TheBlock o Decrypt — che sono i notiziari crypto più autorevoli al mondo — ci definiscono il “most important crypto news media outlet in Italy”, non lo fanno per cortesia. Lo fanno perché ci leggono, verificano le nostre fonti, e sanno che quello che pubblichiamo è solido. La credibilità non si compra. Si costruisce articolo dopo articolo, giorno dopo giorno, anno dopo anno.
Parliamo di informazione e truffe. È un tema che le sta particolarmente a cuore.
È il tema. Perché il settore crypto ha un problema enorme di fiducia, e questo problema deriva in larga parte dalla disinformazione e dalle truffe. Io mi sono esposto pubblicamente su questo fronte — sono andato in prima serata su Rai Tre, abbiamo collaborato con le forze dell’ordine, abbiamo pubblicato inchieste. Quando segui il caso di una persona truffata che ha pensato al suicidio — come nel caso Bonzi che abbiamo seguito per “Chi l’ha Visto?” — capisci che questa non è solo finanza. È responsabilità sociale.
È anche per questo che ho scritto il mio libro, “Trading Online, Bitcoin e Crypto: Da ZERO a Trader PRO”, che è diventato bestseller su Amazon. Perché la prima difesa contro le truffe è l’educazione finanziaria. Se le persone capiscono come funzionano i mercati, come funziona la blockchain, come si distingue un progetto serio da una truffa, il lavoro dei truffatori diventa molto più difficile.
Ultima domanda: dove sarà Bitcoin a fine 2026?
Ti rispondo come rispondo sempre: con onestà. Non lo so. E chi ti dice di saperlo con certezza, mente. Quello che posso dirti è cosa osservo: Bitcoin ha dimostrato resilienza in uno scenario di guerra aperta. L’infrastruttura istituzionale continua a crescere. I volumi sono bassi — questo è un segnale da monitorare — ma storicamente le fasi di compressione della volatilità e dei volumi hanno preceduto movimenti direzionali importanti.
Se la crisi iraniana rientra, se lo Stretto di Hormuz riapre, se le banche centrali trovano margine per allentare la stretta, allora Bitcoin potrebbe sorprendere al rialzo nella seconda parte dell’anno. Alcuni analisti puntano ai 90-100.000 dollari entro fine anno, altri vedono il bottom tra settembre e novembre prima di una ripartenza.
Ma il punto vero è un altro: chi investe in Bitcoin oggi deve farlo con una visione di medio-lungo periodo, con capitali che può permettersi di immobilizzare, e con una conoscenza approfondita di quello che compra. Non è un biglietto della lotteria. È un asset che sta maturando in un modo che, cinque anni fa, nessuno di noi avrebbe immaginato. E io, dopo 17 anni in questo settore, continuo a crederci. Non per fede, ma per i numeri che vedo ogni giorno.


