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Biofobia e disconnessione dalla natura: cause, effetti e soluzioni

Una panoramica sulla biofobia: definizione, fattori che la generano e strategie per favorire la riconnessione con il mondo naturale

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Negli ultimi decenni la ricerca ha tracciato un quadro chiaro: il contatto con la natura fa bene. Una revisione che ha raccolto quasi 200 studi mostra miglioramenti nell’umore, nelle funzioni cognitive e nella capacità di gestire lo stress dopo l’esposizione a spazi verdi. Ma non tutti reagiscono allo stesso modo: una parte della popolazione sviluppa paure, repulsione o evitamento rispetto a piante e animali. Questo fenomeno, spesso chiamato biofobia o disconnessione dalla natura, interessa psicologia, scienze sociali e ambientali, perché condiziona sia il benessere individuale sia la disponibilità a sostenere misure di tutela degli ecosistemi.

Che cos’è la biofobia e come si manifesta
La biofobia comprende reazioni molto diverse tra loro: c’è chi prova un lieve disagio nel frequentare un parco, chi evita certe aree o attività all’aperto, e chi invece sviluppa fobie specifiche – per esempio verso serpenti, ragni o grandi predatori – che possono richiedere intervento clinico.

Non mancano risposte negative anche verso piante, insetti o habitat percepiti come ostili. L’intensità della reazione è il fattore discriminante tra una risposta adattiva e una condizione che limita la vita quotidiana.

Dove e perché nasce la paura
Le reazioni negative variano molto in base al contesto. Nelle città, dove il contatto con la fauna e i paesaggi naturali è raro, la diffidenza verso l’ambiente selvatico è più comune. Chi cresce o vive regolarmente a contatto con la natura tende invece a mostrarsi più sereno. A influire sono esperienze personali (incontri inquietanti con animali), fattori individuali (età, condizioni di salute, livello di conoscenza) e messaggi mediatici che amplificano il pericolo. Anche la densità abitativa e la presenza visibile di fauna urbana giocano un ruolo importante.

Impatto sulla salute e sull’ambiente
A livello sanitario, la paura della natura può privare persone dei benefici psicofisici offerti dagli spazi verdi. Sul piano ambientale, atteggiamenti di rifiuto riducono il supporto pubblico per politiche di conservazione: paure condivise spesso si traducono in richieste di controlli drastici o perfino nell’abbattimento di specie considerate pericolose, con ricadute negative sulla biodiversità e sulle priorità gestionali.

Limiti delle ricerche e conoscenze mancanti
La letteratura presenta lacune evidenti. Gran parte degli studi si concentra su grandi mammiferi e aracnidi; piante, anfibi e interi ecosistemi ricevono meno attenzione. Mancano ricerche comparative interculturali e studi longitudinali che seguano l’evoluzione delle paure nel tempo. Per capire quali interventi funzionano davvero servono studi che confrontino regioni e contesti diversi e che valutino l’efficacia delle misure nel medio-lungo periodo.

Che fare: strategie pratiche e approcci integrati
Gli autori della revisione suggeriscono di combinare interventi clinici e programmi di educazione ambientale. In psicologia, la terapia dell’esposizione graduale è una tecnica collaudata per ridurre la paura individuale; dalle scienze ambientali arrivano invece proposte di informazione, visite guidate, laboratori e iniziative didattiche che ricostruiscano familiarità e conoscenza. L’idea è mettere insieme queste strade: trattare i singoli casi di paura e, al contempo, lavorare sulla cultura collettiva e sulle opportunità di contatto diretto con la natura.

Prossimi passi e aspettative
Le proposte più concrete puntano a programmi di desensibilizzazione, campagne di informazione e attività pratiche in contesti urbani e periurbani. Serve però valutare sistematicamente queste iniziative: quali metodi riducono davvero la biofobia? Quanto sono sostenibili nel tempo? Per rispondere servono progetti interdisciplinari, che mettano a confronto psicologi, medici, educatori e scienziati ambientali.

Agire significa riconoscere questa varietà, colmare le lacune di conoscenza e costruire interventi che uniscano terapia, educazione e opportunità di contatto reale con gli ecosistemi. Solo così sarà possibile ridurre la distanza esperienziale e promuovere atteggiamenti che tutelino sia il benessere umano sia la biodiversità.

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Scritto da Staff

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