Bennu e i frammenti portati a Terra dalla missione OSIRIS-REx hanno consegnato indizi nuovi e sorprendenti sull’origine degli amminoacidi. Un team della Pennsylvania State University ha analizzato quei pochi grammi di materiale e, su Proceedings of the National Academy of Sciences, ha descritto risultati che complicano parecchio la nostra idea dei processi chimici nello spazio.
Cosa dicono i dati I ricercatori hanno trovato composti e firme isotopiche che indicano come alcuni amminoacidi si siano formati prima ancora che il materiale raggiungesse la Terra. In pratica, la probabilità che questi amminoacidi siano il frutto di trasformazioni avvenute solo dopo l’arrivo sul nostro pianeta diminuisce sensibilmente.
Un’immagine utile è pensare alla “provenienza” delle molecole: non tanto dove sono adesso, ma dove e come si sono originate.
La posizione e le condizioni fisico-chimiche dell’asteroide sembrano avere un peso decisivo nel determinare la composizione dei composti organici osservati.
Ghiaccio irradiato invece di acqua calda I dati spostano l’attenzione dalle ipotesi tradizionali, che puntavano soprattutto su reazioni in acqua liquida a temperature miti, verso meccanismi alternativi. In particolare sembra plausibile che ghiaccio esposto a radiazioni cosmiche possa dar vita a molecole organiche simili a quelle che ci si aspetterebbe da processi in presenza di acqua. Questo apre la possibilità che la sintesi avvenga su corpi freddi e privi di fasi liquide prolungate, come asteroidi e comete soggetti a flussi energetici.
Perché Bennu è interessante I ricercatori si sono concentrati soprattutto sulla glicina, l’amminoacido più semplice e un buon indicatore della chimica prebiotica.
Misurando con grande precisione le variazioni isotopiche, hanno ricostruito indizi sulle condizioni di formazione. La firma isotopica della glicina nei campioni di Bennu non corrisponde al classico modello della sintesi di Strecker, che richiede acqua liquida insieme a reagenti come acido cianidrico e ammoniaca. Questo suggerisce percorsi chimici diversi e condizioni ambientali alternative rispetto a quelle che si ritenevano necessarie.
Cosa dicono gli isotopi Le analisi isotopiche sono strumenti potenti perché consentono di distinguere processi e sorgenti che altrimenti apparirebbero simili. Nel caso della glicina di Bennu, i due atomi di carbonio risultano molto simili tra loro, compatibili con la formazione a partire da un precursore unico piuttosto che da più fonti indipendenti. Inoltre, l’elevata abbondanza di azoto-15 è coerente con reazioni avvenute in ambienti freddi e ricchi di ghiaccio, dove la radiazione ultravioletta o particelle energetiche possono attivare chimica complessa anche senza acqua liquida.
Confronti con meteoriti storici I confronti con meteoriti noti, come Murchison — riferimento classico per la materia organica extraterrestre — mostrano differenze significative. Murchison presenta chiare tracce di alterazione acquosa sui corpi progenitori, mentre Bennu appare più vicino alla chimica interstellare primordiale. Questo fa pensare che i corpi genitori di Bennu e di meteoriti come Murchison si siano formati in ambienti diversi dentro il sistema solare giovane, con conseguenze importanti sulla loro composizione organica.
Implicazioni per la ricerca di vita Se gli amminoacidi si possono formare anche su ghiaccio irradiato, la lista dei luoghi potenzialmente “fertili” per la chimica prebiotica si allunga: lune ghiacciate, superfici esposte a radiazioni, comete e corpi distanti dal Sole tornano a essere candidati interessanti. Questo non cancella il ruolo dell’acqua liquida, ma amplia lo spettro di ambienti da esplorare e riconsidera le priorità nelle missioni astrobiologiche.
Questioni ancora aperte Restano però domande importanti. Un punto critico riguarda la chiralità degli amminoacidi: le due forme speculari (gli “enantiomeri”) sono presenti in proporzioni simili nei campioni, ma per alcune molecole — come l’acido glutammico — si osservano differenze isotopiche tra gli enantiomeri. Le spiegazioni possibili includono interazioni differenziate con i minerali della matrice o processi locali sull’asteroide, ma al momento non c’è una risposta netta.
Limiti e prospettive Va ricordato che i frammenti riportati sono pochissimi, paragonabili a un cucchiaino di polvere. Ogni analisi richiede apparecchiature estremamente sensibili e protocolli molto accurati. Per chiarire tempi e meccanismi di sintesi serviranno altre misure isotopiche e confronti sistematici con meteoriti e record terrestri, oltre ad esperimenti in laboratorio su materiali analoghi.
Cosa dicono i dati I ricercatori hanno trovato composti e firme isotopiche che indicano come alcuni amminoacidi si siano formati prima ancora che il materiale raggiungesse la Terra. In pratica, la probabilità che questi amminoacidi siano il frutto di trasformazioni avvenute solo dopo l’arrivo sul nostro pianeta diminuisce sensibilmente.0
