L’ultima fase della missione Artemis II si è conclusa con un ammaraggio regolare nel Pacifico: la capsula Orion Integrity ha riportato a terra i quattro astronauti e ha sancito il ritorno dell’uomo oltre l’orbita bassa terrestre dopo oltre mezzo secolo. Il lancio del 2 aprile (ora italiana) ha dato il via a quasi dieci giorni di traversata lunare e prove operative che puntano a preparare future permanenze umane sul satellite naturale.
La sequenza di rientro è stata studiata per limitare i rischi legati allo scudo termico in AVCOAT, materiale ablativo che protegge la capsula dall’attrito atmosferico. Durante le fasi più calde si è verificata la formazione di un intenso involucro di plasma attorno a Orion, con conseguente blackout radio previsto di circa sei minuti.
Nonostante le difficoltà riscontrate nella missione senza equipaggio Artemis I, questa volta la traiettoria e le procedure hanno consentito un rientro controllato fino all’ammaraggio alle 02:07 (ora italiana).
Separazione, traiettoria e protezione termica
Pochi minuti prima dell’ingresso atmosferico si è svolta la separazione tra la capsula equipaggio e il Modulo di Servizio Europeo (ESM), componente che aveva fornito propulsione, energia e supporto vitale durante la traversata verso la Luna. L’ESM, privo di protezione termica, è rientrato disintegrandosi come pianificato. Orion ha quindi affrontato l’atmosfera mantenendo lo scudo rivolto in avanti e sfruttando i piccoli motori di assetto per assicurare l’angolo di ingresso corretto.
Il ruolo dell’AVCOAT e le contromisure
Lo scudo termico ablativo in AVCOAT è progettato per dissipare l’energia cinetica trasformandola in erosione controllata.
Per limitare i problemi emersi in precedenza, la traiettoria di rientro è stata modificata, diventando leggermente più verticale per attraversare più rapidamente gli strati caldi. Questo approccio operativo, unito ai test sui materiali eseguiti a terra, ha ridotto il margine di incertezza nel controllo delle temperature esterne e nella tenuta dello scudo.
Fasi finali della discesa e ammaraggio
La navicella ha toccato quote dell’ordine di 121 km viaggiando a circa 12.000 m/s prima di entrare negli strati dove si genera il plasma. Dopo il periodo di blackout radio, intorno alle 02:00 la comunicazione con l’equipaggio è stata ristabilita e sono iniziate le manovre di rallentamento: l’apertura dei dispositivi frenanti e dei parafreno, seguiti dallo spiegamento sequenziale dei paracadute, ha ridotto la velocità della capsula a valori compatibili con un contatto in acqua sicuro.
I tre paracadute principali hanno poi contenuto la velocità fino all’impatto finale con il mare.
Numeri e sensazioni a bordo
Durante il rientro gli astronauti hanno sperimentato decelerazioni prossime a valori di alcuni g, mentre la custodia esterna ha sopportato un intenso riscaldamento. L’ammaraggio è avvenuto con la capsula che ha toccato l’acqua a velocità contenuta, consentendo l’immediato intervento delle squadre di recupero. L’efficace funzionamento dell’hardware e la disciplina delle procedure a bordo hanno permesso a Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e Jeremy Hansen di uscire in buone condizioni.
Recupero, ispezioni e prospettive future
Dopo l’impatto le unità di recupero della Marina statunitense si sono subito avvicinate alla capsula: i sommozzatori hanno stabilizzato Orion e supportato l’uscita dell’equipaggio, che è stato poi trasferito a bordo della nave di recupero USS John P.
Murtha per le prime verifiche mediche. Successivamente gli astronauti raggiungeranno il Johnson Space Center per controlli più approfonditi. La capsula verrà ispezionata per valutare lo stato dello scudo e dei sistemi, dati essenziali per calibrare le missioni successive del programma Artemis.
Il successo di Artemis II non è un punto d’arrivo ma un banco di prova: le informazioni raccolte su traiettorie, materiali e procedure guideranno le scelte per i voli futuri e per il ritorno dell’uomo sulla Luna. La cooperazione internazionale, evidente nel contributo del Modulo di Servizio Europeo realizzato da aziende europee e italiane, resta un elemento chiave per sostenere esplorazioni più lunghe e complesse.

