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15 titoli originali su RaiPlay che vale la pena rivedere

Una selezione di 15 opere disponibili su RaiPlay che uniscono originalità, stranezza e valore artistico: consigli per riscoprire capolavori e gemme nascoste

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RaiPlay propone una piccola mappa di cinema che sfugge alle rotte più battute: quindici titoli capaci di sorprendere per coraggio formale e personalità. La selezione attraversa documentari d’autore, commedie grottesche, horror dal forte impatto visivo e folk horror radicati nelle tradizioni locali. Non sono opere uniformi per stile o periodo, ma tutte condividono una volontà di sperimentare il linguaggio cinematografico e di stimolare lo spettatore a guardare oltre la superficie.

Documentari e saggi filmici: immagini che interrogano
La rassegna mette in primo piano film che esplorano il rapporto tra società, immagine e potere con scelte stilistiche non convenzionali. È il caso del ciclo Chung Kuo, Cina di Michelangelo Antonioni: tre episodi che osservano la Cina del dopo-rivoluzione con uno sguardo misurato, fatto di piani sequenza e di un’osservazione che preferisce restare a distanza.

I saggi filmici raccolti qui funzionano spesso come ritratti sociali critici, capaci di mettere in discussione la stessa funzione documentaria delle immagini.

Tra i progetti contemporanei, Bestiari, Erbari, Lapidari di Massimo D’Anolfi e Martina Parenti rovescia il racconto tradizionale: pietre, piante e animali diventano capitoli di un’enciclopedia visiva che mescola riprese naturalistiche, materiale d’archivio e interviste. L’effetto è contemplativo ma mai neutro: lo sguardo degli autori intreccia memoria culturale e osservazione scientifica, sollevando dubbi sulla capacità delle immagini di nominare il reale.

Commedie e surreale: il grottesco come specchio sociale
Il cinema comico italiano qui presente usa l’assurdo per parlare di povertà, fame e marginalità. La fusione di parodia, mimo e simbolismo crea spesso una distanza che rende la critica ancor più affilata: lo spettacolo si fa denuncia senza rinunciare a umorismo e invenzione formale.

Sergio Citti, con Il minestrone, trasforma la miseria in materia estetica, costruendo scene dove la sopravvivenza diventa quasi teatro della crudeltà quotidiana. Maurizio Nichetti, in Ratataplan, privilegia il linguaggio visivo e il gesto, in una tradizione che ricorda il cinema di Jacques Tati.

Nel territorio del mockumentary si colloca Il Pap’occhio, che simula la forma documentaria per smascherare le contraddizioni delle istituzioni e dei media. La satira visiva suscita spesso scandalo e dibattito, dimostrando quanto la finzione possa diventare strumento di critica sociale. Qui la scelta formale — dall’uso del fuori campo all’ambiguità interpretativa — contribuisce a mettere in crisi la fiducia nelle immagini.

Horror, fiaba nera e folk horror: radici e inquietudine
L’itinerario horror tocca registri diversi: dalla freddezza glaciale di Occhi senza volto di Georges Franju alle invenzioni barocche del cinema italiano come Gli orrori del castello di Norimberga di Mario Bava.

Spesso il tema centrale è la metamorfosi: il volto, la trasformazione, il ritorno del passato come violazione dell’identità. Le inquadrature insistono su dettagli perturbanti che amplificano la sensazione di straniamento.

Nel filone folk horror, titoli come Pantafa pescano dal folclore locale per costruire storie di possessione e paura radicate nel territorio. Il paesaggio, in questi film, non è solo sfondo ma protagonista narrativo: luce naturale, suoni ambientali e architetture popolari diventano strumenti per evocare tensione e memoria collettiva. Le storie popolari si trasformano così in dispositivi per indagare temi contemporanei come l’isolamento o il trauma.

Sperimentali e alienazione: linguaggi che disorientano
La selezione include anche opere che affrontano l’alienazione con registri frammentati e scelte stilistiche azzardate. Satira, dramma borghese e saggio si intrecciano per raccontare lavoro, solitudine e ossessioni: il montaggio non lineare, i ritmi spezzati e la simbologia visiva costringono lo spettatore a ricomporre il senso.

L’uso alternato di piani-sequenza lunghi e stacchi rapidi è una strategia ricorrente per modulare coinvolgimento emotivo e distanza critica.

Come esempio, Omicron di Ugo Gregoretti trasforma l’invasione aliena in metafora per osservare il mondo del lavoro con ironia sociale; Dillinger è morto di Marco Ferreri è invece una discesa cupa nell’alienazione borghese, dove la dissoluzione morale si rispecchia nella dissoluzione narrativa. Accanto a esperimenti più radicali, la rassegna include anche opere che adottano linguaggi più popolari per affrontare temi sociali, creando un ponte con un pubblico più ampio.

Mercato, distribuzione e prospettive
I film sperimentali trovano spesso spazio nei festival e nelle piattaforme di nicchia, mentre le sale commerciali preferiscono formule narrative più consolidate. Tuttavia, la distribuzione digitale sta aprendo nuove possibilità: cataloghi online e piattaforme tematiche permettono a opere di nicchia di raggiungere pubblici specializzati, migliorando la sostenibilità di progetti indipendenti. Curatori e investitori, oggi, bilanciano sempre di più valore artistico e sostenibilità economica nelle scelte di programmazione.

Documentari e saggi filmici: immagini che interrogano
La rassegna mette in primo piano film che esplorano il rapporto tra società, immagine e potere con scelte stilistiche non convenzionali. È il caso del ciclo Chung Kuo, Cina di Michelangelo Antonioni: tre episodi che osservano la Cina del dopo-rivoluzione con uno sguardo misurato, fatto di piani sequenza e di un’osservazione che preferisce restare a distanza. I saggi filmici raccolti qui funzionano spesso come ritratti sociali critici, capaci di mettere in discussione la stessa funzione documentaria delle immagini.0

Documentari e saggi filmici: immagini che interrogano
La rassegna mette in primo piano film che esplorano il rapporto tra società, immagine e potere con scelte stilistiche non convenzionali. È il caso del ciclo Chung Kuo, Cina di Michelangelo Antonioni: tre episodi che osservano la Cina del dopo-rivoluzione con uno sguardo misurato, fatto di piani sequenza e di un’osservazione che preferisce restare a distanza. I saggi filmici raccolti qui funzionano spesso come ritratti sociali critici, capaci di mettere in discussione la stessa funzione documentaria delle immagini.1

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Scritto da Staff

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